Testa di carrettiere, di Achille d’Orsi
Museo dell’Ottocento, Pescara
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Achille d’Orsi, Testa di carrettiere, 1879 circa
Bronzo – cm 40 x 20 x 27
Museo dell’Ottocento – Fondazione Di Persio-Pallotta, Pescara
© Fondazione Di Persio-Pallotta
Testo : Rosa Romano d’Orsi, storica dell’arte.
Nel 1879 Un carrettiere fu presentato da d’Orsi alla XXXVIII Promotrice di Torino come testa in bronzo al prezzo di 2000 lire. Nello stesso anno l’opera fu esposta anche alla XXVIII Promotrice di Genova, ma ridimensionando il prezzo di vendita a 800 lire, lo stesso che riproporrà sia alla XXIX Promotrice di Genova del 1880, sia alla Promotrice di Firenze del 1882, tanto da far pensare che le sculture potrebbero essere anche di dimensioni diverse. Alla XXIII Promotrice di Napoli del 1887 venne presentato Il carrettiere in terracotta, sempre al prezzo di 800 lire, mentre il bronzo comparve ancora all’Internazionale del 1910 a Buenos Aires.
Quando fu presentata alla Promotrice di Belle Arti di Torino del 1879 questa scultura fu lodata dal Calderini che la ritenne l’unica valida della mostra e la descrisse come una testa energica che, nonostante i pareri discordanti su di lei, se ne stava «indifferentissima, assai contenta della sua bellezza, della profonda sapienza con cui è modellata». Fu apprezzata anche dal Della Sala (1), che ne evidenziò la forte plasticità e la potenza espressiva, mentre Vigezzi (2) ne sottolineò l’ispirazione quasi ellenistica della forma, che conferiva all’opera, così come alla sua Testa di marinaio, un respiro spirituale che superava il mero dato realistico.
Un esemplare in marmo rosa di dimensioni «il doppio del vero» fu esposto alla Mostra internazionale d’arte di Monaco di Baviera nel 1909 e in un secondo momento all’Esposizione Internazionale d’arte di Barcellona nel 1911, dove fu premiato con medaglia d’oro e acquistato, come riporta Giannelli (3), dal museo cittadino. Un esemplare in bronzo venne pubblicato su «Il Mattino Illustrato» del 1925 insieme ad altre opere dello scultore.
L’opera di forte caratterizzazione richiama, ancora una volta, il mondo dei diseredati, ma anche in questo caso, come in altre opere di d’Orsi, il volto dell’uomo è poderoso e forte nella sua miseria, gli occhi diretti sostengono lo sguardo a mo’ di sfida, evidenziata dalla coppola a tre quarti, memore del berretto frigio rivoluzionario e dall’orecchino.
Del bronzo esistono altri due esemplari, quello delle collezioni della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma e quello, senza orecchino, con una patina diversa e la firma nel retro della testa, del Circolo Artistico Politecnico di Napoli. Un gesso, «grande al vero», si trova invece, nella collezione della Galleria dell’Accademia di Belle Arti.
Anche in questo caso d’Orsi indaga la tragica esistenza umana, senza pietismo o paternalismo, sviscerando la concreta essenza dell’uomo, senza togliere la dignità quasi eroica a chi combatte tutti i giorni contro gli affanni della vita.
(1) Vincenzo Della Sala, Ottocentisti meridionali, Napoli, Alfredo Guida, 1935.
(2) Silvio Vigezzi, La scultura italiana dell’Ottocento, Milano, Ceschina, 1932.
(3) E. Giannelli, Artisti napoletani viventi. Pittori, scultori ed architetti, Napoli, Melfi & Joele, 1916.
